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Covid-19: “11 milioni di cittadini colpiti da tumori e malattie del cuore”

Roma, 28 aprile 2020 – In Italia quasi 11 milioni di persone vivono con malattie oncoematologiche e cardiovascolari, un cittadino su 6. Grandi patologie, le più frequenti fra quelle “non trasmissibili”, che rendono fragili i pazienti colpiti e ancora più a rischio di sviluppare forme gravi di coronavirus rispetto alla popolazione sana, fino alla morte. Ma gli specialisti, che ogni giorno curano queste persone, non trovano posto nella cabina di regia che sta definendo le strategie per affrontare la cosiddetta fase 2. Oncologi, ematologi e cardiologi, in una conferenza stampa virtuale organizzata oggi da Fondazione Insieme contro il Cancro, chiedono alla Istituzioni di considerare le specifiche esigenze dei pazienti colpiti da neoplasie e cardiopatie per definire percorsi specifici.
“La pandemia causata dal Covid-19 ci ha obbligato a sospendere alcune attività assistenziali tra le meno urgenti ed a riformulare percorsi e routine consolidati nella pratica clinica quotidiana – spiega il prof. Francesco Cognetti, Presidente Fondazione Insieme contro il Cancro e Direttore Oncologia Medica Regina Elena di Roma -. In Italia, vivono 3 milioni e 460mila persone dopo la diagnosi di tumore e un milione e 190mila pazienti sono in trattamento attivo. Ogni giorno si stimano circa 1.000 nuovi casi. A breve, si aprirà la fase 2 della pandemia ed è necessario ridisegnare l’intera oncologia. Il paziente colpito da cancro è, per definizione, fragile e le evidenze preliminari pubblicate dai colleghi cinesi confermano un rischio significativamente aumentato di contrarre l’infezione da coronavirus e, in particolare, di sviluppare complicanze spesso letali. Da qui, l’importanza di riavviare i programmi di sorveglianza e ridefinire i piani di trattamento attivo, che dovranno essere disegnati ‘ad hoc’ per ciascun paziente oncologico, bilanciando i potenziali rischi che derivano dalla tossicità dei trattamenti medici e chirurgici e dall’esposizione ambientale legata agli spostamenti e alla frequentazione degli ospedali. Questi pazienti non possono più aspettare, anche perché in alcuni casi stanno subendo danni per sospensioni o ritardi di prestazioni e cure necessarie, anche in relazione alla interruzione forzata degli screening e delle visite di controllo. Servono, quindi, linee di indirizzo, da condividere quanto prima con il Comitato tecnico scientifico della Protezione Civile”.
“Vogliamo essere coinvolti nella definizione delle linee di indirizzo per tutelare anche le persone con tumori del sangue – afferma il prof. Paolo Corradini, Presidente SIE (Società Italiana di Ematologia) e Direttore Ematologia Istituto Nazionale Tumori di Milano -. Si tratta di malati molto fragili, perché il loro sistema immunitario è in difficoltà, e alcuni sono anche sottoposti a trapianto di midollo. Le terapie spesso sono immunosoppressive e riducono le normali difese dell’organismo, anche se nel 70% dei casi portano a guarigione. I clinici devono essere attenti nell’individuare l’eventuale infezione da coronavirus prima o durante la terapia, il paziente infatti può correre gravi rischi perché privo di difese immunitarie. Vi sono studi preliminari, che indicano una mortalità di circa il 30% nei pazienti ematologici in trattamento che contraggono il Covid-19. Infatti l’interruzione della terapia a causa del virus determina una progressione del tumore molto più velocemente di quanto accada nelle neoplasie solide. Nella prima fase dell’emergenza, nella maggior parte degli ospedali, i reparti ematologici sono stati ‘Covid free’. Nella fase 2, il coronavirus continuerà a circolare. Quindi vanno adottate tutte le precauzioni necessarie perché i reparti restino ‘Covid free’. Ogni anno, in Italia, vengono diagnosticati più di 33mila nuovi casi di tumori del sangue, tra i più frequenti vi sono i linfomi, le leucemie e il mieloma multiplo”.
Dall’inizio della pandemia, la paura del contagio ha allontanato dagli ospedali circa il 20% dei pazienti oncologici, che avrebbero dovuto essere sottoposti a trattamenti utili. Timori molto diffusi anche in chi ha malattie del cuore: si è registrata una riduzione superiore al 50% dei ricoveri per infarto. E sono in calo di circa un terzo le ospedalizzazioni per scompenso cardiaco, anomalie del ritmo cardiaco e disfunzione di pacemaker e defibrillatori. “È molto delicata la condizione delle persone con patologie cardiovascolari, che raggiungono i 7,5 milioni nel nostro Paese – sottolinea il prof. Ciro Indolfi, Presidente Società Italiana Cardiologia (SIC) e ordinario di Cardiologia all’Università Magna Grecia di Catanzaro -. Le principali sono le malattie ischemiche del cuore (infarto acuto del miocardio e angina pectoris), le patologie cerebrovascolari (ictus ischemico ed emorragico) e le malattie cardiache strutturali (stenosi aortica, insufficienza mitralica, fibrillazione atriale e scompenso cardiaco), sicuramente non meno gravi del Covid-19. In presenza dei primi sintomi di un problema coronarico, ad esempio un dolore di tipo costrittivo al torace, è opportuno rivolgersi al sistema dell’emergenza 118, perché gli ospedali hanno attivato percorsi separati per ridurre il rischio di infezione. La tempestività dell’intervento può fare la differenza fra la vita e la morte. Ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento di un infarto miocardico grave, la mortalità aumenta del 3% e un intervento successivo ai 90 minuti dall’esordio dei sintomi può addirittura quadruplicare la mortalità. Ecco perché servono linee di indirizzo nella fase 2 anche per i cardiopatici”.
In Italia, le malattie cardiovascolari (37% di tutti i decessi) rappresentano la prima causa di morte, seguite dalle neoplasie (29%). Ogni anno quasi 220.000 cittadini muoiono per patologie cardiovascolari, circa 179.000 per cancro. Numeri che si riflettono anche nei decessi per coronavirus: il 17% delle persone che muoiono a seguito di complicanze del Covid-19 è costituito da pazienti oncologici, il 70% è iperteso, il 27% soffre di cardiopatia ischemica, il 22% di fibrillazione atriale, il 16% di scompenso cardiaco e l’11% di ictus.
“Il Covid-19 non è una malattia solo respiratoria, ma interessa indirettamente o direttamente anche il cuore, perché i recettori Ace-2, la principale porta di ingresso utilizzata dal virus per invadere le cellule umane, sono presenti nei pneumociti, nei cardiomiociti e nelle cellule endoteliali vascolari – spiega il prof. Francesco Romeo, Presidente Fondazione Italiana Cuore e Circolazione Onlus e Direttore Cardiologia Policlinico Tor Vergata Roma -. Quindi si possono avere miocarditi, in stabilizzazione di placca con infarto e coagulazione intravascolare con embolia polmonare e cerebrale. Con alcuni colleghi abbiamo inviato una lettera alla rivista The Lancet, segnalando numerosi casi di miocardite in pazienti Covid-19, che vanno indagati. Quindi, il non coinvolgimento dei cardiologi nella fase 1 è stato negligente”.
“L’emergenza coronavirus ha impattato anche sull’attività delle oncologie, che, pur in mancanza di raccomandazioni ufficiali basate su evidenze scientifiche, hanno rimodulato la loro attività per rispondere alle esigenze dei malati – afferma il prof. Saverio Cinieri, Presidente eletto Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e Direttore Oncologia Medica e Breast Unit dell’Ospedale ‘Perrino’ di Brindisi -. Nella fase 2, diventa prioritario continuare a garantire la cura ottimale di patologie come i tumori che, per gravità, non possono essere poste in secondo piano rispetto all’epidemia da coronavirus. Finora, abbiamo adottato diversi strumenti: un triage dei pazienti prima dell’ingresso in ospedale per identificare quelli con febbre o sintomi respiratori, abbiamo applicato limitazioni delle visite ai degenti e della presenza di accompagnatori ai pazienti ambulatoriali, abbiamo rinviato alcune visite di controllo e riorganizzato con un supporto telematico altre attività. Nella fase 2, vogliamo mantenere il più possibile inalterato il percorso globale di diagnosi e cura di pazienti oncologici che non possono essere rinviate alla fine dell’epidemia, perché sarebbero compromesse le possibilità di sopravvivenza”.
“Il virus non si è indebolito, pertanto anche nella fase 2 dovranno essere rispettate con rigore le misure di distanziamento sociale – evidenzia il prof. Stefano Vella, infettivologo e docente Global Health Università Cattolica di Roma -. Covid-19 è una malattia poco prevedibile, in un certo senso ‘imprecisa’: nel 50% dei casi è asintomatica, nel 30% è caratterizzata da un decorso lieve moderato. Ma il 15-20% dei pazienti presenta una sindrome acuta respiratoria grave, talvolta con necessità di ricovero in terapia intensiva. In questi casi, il virus causa una reazione eccessiva del sistema immunitario, che intasa i polmoni. La ricerca va in due direzioni: da un lato il vaccino, dall’altro una terapia mirata ‘disegnata’ in modo specifico su questo agente patogeno”.
“Molti dei programmi già adottati nella fase di emergenza potranno permanere in via definitiva e costituire i futuri capisaldi della nuova assistenza oncologica in Italia, attraverso la definizione di diversi comportamenti e protocolli – conclude il prof. Cognetti -. Per esempio, l’introduzione sempre più estesa di programmi di telemedicina nei pazienti non più in trattamento e in corso di follow up, anche in collaborazione con strutture territoriali di assistenza sanitaria, create ex novo, insieme con i medici di medicina generale. Potrà, inoltre, essere utilizzata in modo strutturale la consegna a domicilio delle terapie orali, seguendo anche questi pazienti in telemedicina. Dovranno ripartire le sperimentazioni cliniche, che sono state la base fondamentale dei progressi registrati negli ultimi anni in oncologia, ma alleggerite nel loro svolgimento. Una particolare attenzione dovrà essere dedicata agli studi di verifica degli effetti terapeutici e di eventuali minori tossicità di regimi che prevedono una riduzione delle dosi dei farmaci, sempre nella direzione di trattamenti personalizzati, anche attraverso la validazione di markers biologici e molecolari predittivi di risposte o di tossicità, di cui è già matura l’introduzione in clinica o eventualmente nuovi”.