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Ecco tre cose che forse non sai sul tumore della prostata

Roma, 7 febbraio 2020 – Il carcinoma prostatico è il tumore maschile più frequente nel nostro Paese. “Rappresenta circa il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età – afferma il dott. Alberto Lapini, Presidente Nazionale della Società Italiana di Urologia Oncologica (SIUrO) -. La sopravvivenza a 5 e a 10 anni dalla diagnosi è in Italia molto alta, oltre il 90%. Tuttavia dato l’elevato numero di nuovi casi, la mortalità rimane complessivamente consistente. Le cause reali della patologia rimangono ancora sconosciute. Sappiamo che ha origine dalle cellule presenti all’interno della ghiandola che cominciano a crescere in maniera incontrollata”. “Si possono individuare alcuni potenziali fattori di rischio che aumentano la probabilità di ammalarsi – aggiunge Giario Conti, Segretario Nazionale SIUrO -. È provato come alcuni fattori dietetici e comportamentali, oltre all’età, possano essere associati allo sviluppo della malattia. Intervenire per correggere il proprio stile di vita, quindi, può avere effetti preventivi”. Ecco tre informazioni utili se che forse non sai sul tumore della prostata:

1. E’ utile l’esame del PSA per la diagnosi della neoplasia? Il test identifica una proteina normalmente prodotta dalla prostata che può aumentare non solo in presenza di un tumore ma anche in caso di Ipertrofia Prostatica Benigna. L’esame del PSA non andrebbe quindi utilizzato in maniera indiscriminata come strumento di screening ma solo per pazienti appartenenti a categorie a rischio o in presenza di sintomi.
2. In cosa consiste la vigile attesa? Si propone di evitare un trattamento per cui nessuna terapia specifica viene adottata fino alla comparsa dei primi sintomi. È praticata soprattutto in uomini molto anziani o già colpiti da altre gravi patologie. In quest’ultimo caso la terapia (di solito ormonale) viene posticipata a quando compaiono segni evidenti. Lo scopo della cura, in questo caso, non è guarire il malato ma proteggerne la qualità di vita. Esiste poi la sorveglianza attiva: si tratta di un monitoraggio che prevede la valutazione del PSA ogni 3-6 mesi, l’esplorazione digito-rettale ogni 6-12 mesi e comporta di regola il ricorso a biopsie.
3. E’ possibile praticare attività fisica durante la malattia? Lo sport non è precluso in assoluto, anzi può essere consigliato al paziente nell’ambito di un trattamento psico-fisico di supporto. Meglio evitare quelli troppo intensi e che causano traumi in zona perineale e pelvica, come il ciclismo, l’equitazione o il canottaggio, ma è possibile fare brevi escursioni in bicicletta.